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lunedì 26 gennaio 2009

Il danno alla pelle causato dalla chemio si può prevenire!

Ne ho già parlato in diversi post e diverse volte della vita triste che fà il mio adorato papà. Tanta nausea e tanto problemi che non gli permettono di uscire di casa. Tanto prurito su tutto il corpo, che cerchiamo di contenere con dell'acido salicilico, tanti brufoli e pustole sul petto, sulla schiena e sul viso, per cui usiamo una pomata miracolosa antibiotica (e, nel caso, delle pastiglie), spaccatura delle mani e dei piedi e relativa crema emoliente e ristrutturante, unghie che sanguinano, curate anch'esse con antibiotico quotidianamente... Ma non basta. Ed ecco, finalmente, una buona notizia!
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Con un intervento preventivo, molti malati sottoposti a cure con anticorpi monoclonali di ultima generazione potrebbero risparmiarsi alcuni fra gli effetti indesiderati più difficili da tollerare, come quelli a danno della pelle. Lo dimostra uno studio presentato a San Francisco, in occasione del simposio 2009 dell’American Society of Clinical Oncology (Asco) sui tumori gastrointestinali. Gli anticorpi monoclonali cosiddetti anti-Egfr (perché agiscono contro l’Epidermal growth factor receptor, una proteina che promuove la crescita delle cellule) sono gioielli della ricerca avanzata in oncologia, ma nel bilancio costi-benefici di questi farmaci pesano effetti collaterali impegnativi specialmente a carico della pelle, con dermatiti, acne, pruriti, alterazioni di unghie e capelli che quasi sempre si affrontano come si può e soltanto una volta che il problema è esploso. Ora invece inizia a farsi strada l’idea che anche per la cute, così come accade ormai per la nausea o le tossicità a danno del midollo osseo, intervenire prima potrebbe essere molto meglio.
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Al meeting dell’Asco Edith Mitchell, oncologa della Thomas Jefferson University di Philadelphia, e Mario Lacouture, dermatologo della Northwestern University di Chicago, hanno esposto i dati di uno studio su 95 pazienti in terapia con panitumumab (in commercio con il nome di Vectibix) per trattare un tumore colorettale metastatico. La tossicità cutanea provocata dalle cure è apparsa più che dimezzata nei malati sottoposti ad un trattamento preventivo (avviato 24 ore prima della dose iniziale di panitumumab e proseguito nelle sei settimane successive) rispetto a quelli curati solo dopo che la reazione dermatologica avversa era già manifesta. L’intervento è stato lo stesso per tutti i pazienti, basato su creme idratanti, filtri solari, creme al cortisone e doxiciclina (un antibatterico) per bocca. La tempistica, però, ha fatto la differenza.
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«Gli anti-Egfr hanno dato risultati positivi per varie forme di cancro, fra gli altri sono già registrati il cetuximab (o Erbitux) per i tumori del colon-retto e dell’area testa e collo, e il panitumumab per i tumori colorettali. Ma il loro effetto collaterale tipico è la tossicità cutanea, proprio perché l’Egfr è un recettore presente anche nelle cellule epiteliali normali, non solo su quelle tumorali. E le conseguenze si vedono» spiega Andrea Martoni, direttore del reparto di oncologia medica del Policlinico Sant’Orsola-Malpighi di Bologna. «Circa otto o nove pazienti su dieci hanno qualche problema alla pelle, tre o quattro a livello importante, con pustole, eritemi, prurito e bruciori, spesso sul viso» prosegue Martoni.
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E come si affrontano questi guai? «In maniera empirica, con antibiotici, antinfiammatori, emollienti. Il segnale interessante dello studio americano è proprio il trattamento preventivo, con il quale oggi in effetti si riesce a ridurre l’impatto di quasi tutti i principali effetti collaterali dei chemioterapici (eccetto la caduta dei capelli). Il vomito, ad esempio, fino ad alcuni anni fa era ritenuto inevitabile, viene spesso prevenuto con farmaci ad hoc prima dei cicli di chemio, o la leucopenia, il calo dei globuli bianchi, con la somministrazione di fattori di crescita. La speranza è che gli anticorpi monoclonali diventino sempre più importanti per i malati oncologici, dunque controllarne gli effetti collaterali deve diventare una priorità» conclude Martoni.
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Non è più il caso di accontentarsi anche secondo Fulvio Tomaselli, che coordina il servizio di medicina estetica per i malati oncologici all’ospedale Fatebenefratelli Isola Tiberina di Roma. «E’ spesso il malato stesso che non chiede aiuto perché pensa che alla fine i disagi sono conseguenze della terapia che spera lo salvi dal cancro. A Roma si dice “in un paese di ciechi, beato chi c’ha un occhio”, ma oggi si deve fare di più. Fino a qualche tempo fa se ne occupavano soltanto le infermiere, cercando di far stare meglio il malato. Invece occorre un intervento medico tempestivo, appena l’oncologo stabilisce l’uso di farmaci di cui si possono prevedere i probabili effetti collaterali, stabilendo un contatto con dermatologi e specialisti che possono seguire giorno per giorno l’evolversi della situazione. Anche perché le reazioni cutanee sono quasi sempre improvvise, in genere dopo il terzo incontro con il farmaco. Si può fare molto per prevenire l’insulto cutaneo e per alleviare il disagio, anche insegnando le regole per una detersione attenta e delicata, o dando consigli su come migliorare l’aspetto di chi già patisce una patologia tumorale e non deve essere costretto a chiudersi in casa».

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Donatella Barus
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lunedì 19 gennaio 2009

Il meccanismo che permette alle cellule di sopravvivere alla chemioterapia


Le cellule tumorali che sopravvivono alla chemioterapia si riparano e riprendono a moltiplicarsi dando origine alle recidive

Un'equipe dell'Università cinese di Hong Kong, ha identificato il meccanismo che permette alle cellule tumorali di sopravvivere alla chemioterapia e di tornare a svilupparsi: ciò spiegherebbe perchè alcuni tipi di cancro sono recidivi. Per eseguire l'esperimento, pubblicato su British Journal of Cancer, i ricercatori hanno trattato cellule tumorali di cervice, pelle, fegato e seno inducendo artificialmente il processo di apoptosi (forma di morte cellulare regolata geneticamente) tramite tre sostanze chimiche differenti. In questo modo hanno verificato che ci sono cellule che, pur incrociando il punto di non ritorno, sono capaci di riprendersi una volta ritirato l'elemento induttore. Riescono così a recuperare dimensione e funzione, continuano a dividersi, e muoiono solo quando il nucleo che contiene la maggior parte del loro Dna inizia a disintegrarsi, cosa che avviene soltanto nella fase finale del processo di morte cellulare.

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"Abbiamo dimostrato che varie linee di cellule cancerogene possono sopravvivere alla morte cellulare programmata. La ricerca indica l'esistenza di una via di fuga tattica cui possono ricorrere le cellule per sopravvivere al trattamento con chemioterapia", ha spiegato Ming-Chiu. "Le nostre ricerche offrono nuove piste per indagare cosa permette alle cellule cancerogene di tornare alla vita dopo un trattamento di chemioterapia o in che modo la capacità d'aggirare la morte cellulare possa contribuire a fare in modo che continuino a dividersi e a crescere durante i cicli di trattamento anticancro", ha aggiunto il professore. "Le risposte a queste domande ci permetteranno di raggiungere nuove mete terapeutiche nella lotta al cancro".

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http://www.molecularlab.it/

giovedì 1 gennaio 2009

Pillole di storia: la nascita della chemioterapia


La chemioterapia consiste nell'utilizzo di sostanze chimiche attive sulla riproduzione cellulare (o in grado di determinare morte cellulare) che agiscono sulle cellule degli organismi superiori, sulle cellule batteriche e sui parassiti. Sebbene più frequentemente usata per la cura dei tumori, la chemioterapia è utilizzata anche per trattare altre malattie come ad esempio la psoriasi, la sclerosi multipla e certi tipi d'insufficienza renale. Si può affermare che la chemioterapia ebbe le sue origini nel primo secolo a.C., quando Dioscoride usò la colchicina per trattare alcuni tipi di tumori in stadio avanzato. Chi coniò il termine di chemioterapia fu però Paul Ehrlich che lo usò per riferirsi all'impiego d'alcune sostanze chimiche contro le infezioni batteriche.

Era il 7 settembre 1909 quando il batteriologo Paul Ehrlich nei laboratori Hocchst sviluppa il SALVARSAN, nome commerciale dell'arsfenammina o composto 606, preparato arsenicato in polvere di colore giallo. Fu il primo chemioterapico che si dimostrò efficace nella cura della sifilide. Il suo impiego è drasticamente diminuito dopo la scoperta della penicillina.Questo farmaco venne sviluppato da Ehrlich sui composti dell'arsenico proprio allo scopo di realizzare chimicamente una sostanza efficace contro una determinata malattia. Fino a quel giorno i farmaci erano derivati esclusivamente da sostanze esistenti in natura; con questo farmaco ha inizio la chemioterapia, ossia la terapia chimica, che avrà poi un enorme sviluppo in questo secolo. Il Salvarsan fu chiesto in tutto il mondo e si usò ampiamente e ripetutamente. Ma alcuni pazienti non sopportavano il farmaco. Era troppo tossico (provocava persistente singhiozzo, vomito, paralisi agli arti e subentrava anche la morte).


Ehrlich aveva già avuto il premio Nobel nel 1908 per le sue ricerche in campo immunologico, ma aveva ancora da sperimentare altre molecole, Nel 1912 nacque il NEOSALVARSAN, molto meno tossico e molto più efficace del precedente. Questo chemioterapico combattè la sifilide fino all’avvento della penicillina negli anni “40.



Ai nostri giorni anche alcuni farmaci inizialmente di origine naturale come gli antibiotici (derivanti da microrganismi come muffe e batteri) sono prodotti nella maggior parte per sintesi chimica o per modificazione della sostanza naturale (antibiotici semisintetici). Nel linguaggio comune corrente “chemioterapia” ha il significato di cura del tumore mediante sostanze tossiche che colpiscono principalmente le cellule malate ed il termine è quasi esclusivamente riferito a farmaci antitumorali.

Un grande impulso allo studio di nuove sostanze antineoplastiche si ebbe dopo la Prima Guerra Mondiale quando un gruppo di marinai fu esposto accidentalmente ad un gas vescicante utilizzato per scopi bellici (detto, a causa del particolare odore, ''mostarda azotata'') e tra loro furono osservati gravi casi di depressione midollare. L'intuizione di usare composti analoghi a quel gas come farmaci antineoplastici diede origine a molti esperimenti che rimasero però segreti fino a dopo la Seconda Guerra Mondiale. La chemioterapia è stata impiegata nella cura delle neoplasie dalla fine degli anni Quaranta. Inizialmente i farmaci erano impiegati in monochemioterapia con finalità esclusivamente palliative in tumori peraltro già in fase avanzata. I progressi della chemioterapia andarono di pari passo con le acquisizioni in campo biologico circa la natura della malattia cancro e con quelle in campo farmacologico circa le caratteristiche delle molecole impiegate. Fu grazie a tali studi che fu formulata la prima combinazione di polichemioterapia in grado di ottenere una remissione duratura di una neoplasia. Nel 1970 fu pubblicato il primo studio clinico che illustrava i risultati favorevoli dell'impiego dello schema MOPP (mecloretamina, vincristina, procarbazina e prednisone) nella malattia di Hodgkin. Successivamente fu formulata una metodologia scientifica di trattamento dei tumori, che tuttora costituisce il fondamento che dà validità agli studi clinici e sancisce l'efficacia dei trattamenti impiegati. Furono così codificati i concetti di stadiazione all'esordio di malattia, valutazione della risposta clinica e ristadiazione al termine del trattamento. Furono quindi messi a punto numerosi schemi di polichemioterapia somministrati ciclicamente e testati su varie neoplasie.

Rosenberg scoprì che non era la presenza del campo elettrico ad impedire la divisione di batteri, bensì quella dell'isomero cis-[PtCl2(NH3)2]. Egli ebbe il colpo di genio di provare a vedere gli effetti di questo isomero sulle cellule tumorali, che presentavano lo stesso tipo di crescita, e scoprì l'efficacia anti-tumorale provando ad usarlo su di un topo, che dopo pochi giorni guarì completamente. Il farmaco al platino passò alla fase 1, ma a causa dei suoi ingenti effetti tossici rischiò quasi di non essere mai usato, se non fosse stato per due medici americani, i quali lo provarono su tredici pazienti affetti da cancro ai testicoli. La sorprendente ripresa di questi pazienti diede il via libera al largo impiego di questo farmaco nella cura della leucemia.

Non si conosce ancora l'esatta modalità con cui l'isomero cis-platino impedisca la riproduzione e provochi il decesso delle cellule. Quello che è sicuro, però, è che non ci sono molti altri isomeri che hanno la stessa azione.

Sempre negli anni Settanta fu codificato il concetto di chemioterapia adiuvante sulla scorta dell'osservazione clinica dell'evidenza di micrometastasi già esistenti al momento della diagnosi. Negli anni Ottanta gli sforzi sono stati rivolti al tentativo di migliorare i modesti risultati terapeutici ottenuti in certe neoplasie. In particolare, è stata rilevata l'importanza di superare la resistenza delle cellule neoplastiche alla chemioterapia, responsabile delle recidive dopo trattamento o della mancata regressione già alla prima terapia. Sono stati quindi impiegati regimi terapeutici non cross resistenti tra loro ed è stata sottolineata l'importanza di non ridurre le dosi dei farmaci impiegati rispetto al calcolo teorico per non limitare l'efficacia.

Verso la fine degli anni Ottanta sono stati sviluppati i primi studi di chemioterapia neoadiuvante con lo scopo di ridurre le dimensioni delle neoplasie e consentire interventi chirurgici meno demolitivi. Negli ultimi anni il costante aumento dell'incidenza della patologia neoplastica e l'impiego sempre più esteso nelle varie fasi della malattia neoplastica (chemioterapia adiuvante, neoadiuvante etc.) comportano un impiego crescente dei farmaci antiblastici, con implicazioni di tipo protezionistico inerenti al personale addetto alla manipolazione di tali sostanze nonché l'ambiente in cui i rifiuti di questi prodotti siano smaltiti. Tutto il personale del settore, dovrà attenersi a specifiche linee guida per una sicura manipolazione degli agenti antitumorali, al fine di evitare inutili e pericolose esposizioni, attuando in tal modo una sicura ed efficace prevenzione primaria nel proprio ambiente lavorativo.





http://chifar.unipv.it/ http://web.tiscalinet.it/dannad/ http://www.focus.it/ http://www.tesionline.it/ http://it.wikipedia.org/ http://www.roadtripnation.com/

lunedì 29 dicembre 2008

Tormenti


In questi giorni la mia mente è martellata dal solito pensiero: dalla sofferenza che vedo in ogni istante, provocata dalla malattia, ma anche dalle "cure". Cadono quindi a pennello una lettera e un articolo trovati sul Corriere Della Sera. Non riesco proprio a prendere posizione in questo campo... Quando ci sono scelte serie e vitali da fare dico sempre la mia, aggiungendo che però bisogna trovarsi nella situazione e di fronte alla scelta per poter davvero essere sicuri di quello che si dice. Adesso io mi trovo NELLA situazione... e sono congelata, non so quale sia la scelta migliore da fare proprio perchè ci sono i sentimenti di mezzo. Sentimenti ed egoismo di una figlia che vuole il suo papà vicino il più a lungo possibile a tutti i costi. Ma nello stesso tempo c'è la non accettazione del dolore e il desiderio di non far soffrire oltre il mio bellissimo papà.


Per questo, cade a fagiolo questa lettera che riporto:


Egregio Professore (Veronesi),
nella mia esperienza personale, purtroppo ricca di esempi,
non ho visto una sola persona guarire o stare meglio, dopo una chemioterapia. In
compenso ne ho viste tante stare male, troppo male. Non dubito che la chemio, se
praticata veramente all'inizio (malattia scoperta per caso e non a causa di
sintomi evidenti), possa avere degli effetti
positivi, ma perché praticarla a 360 gradi, anche quando si sa che non ci sono
speranze? Per allungare la vita di un mese? Mi sembra che il rapporto
"costo/beneficio" sia davvero sbilanciato. E sinceramente non capisco questo
accanimento.
Cordialmente,
SilviaT
La risposta del Dott.Veronesi è stata questa:


Cara Silvia,
purtroppo è noto che i trattamenti chemioterapici non
rappresentano la soluzione definitiva al cancro, anche se va sottolineato che
per alcuni tumori (per esempio per le leucemie) sono invece lo strumento della
guarigione. Ciò che in genere si riesce ad ottenere, a seconda dei casi, è il
controllo o la regressione temporanea della malattia, portandola ad una
situazione di cronicità. Oggi infatti più che "protocolli", si applicano (o
almeno si dovrebbero applicare) terapie personalizzate, che tengono conto cioè
dello stadio della malattia, ma anche del progetto di vita del malato e delle
sue condizioni generali di salute e della sua percezione della malattia. Questo
è il concetto che lei giustamente definisce "costo-beneficio" e, proprio come
dice lei, non sempre è facile trovare il giusto equilibrio. Siamo tutti
perfettamente coscienti, mi creda, che comunque nella maggior parte dei casi
queste cure peggiorano sensibilmente la qualità di vita del malato e spesso
spaventano più della malattia stessa. Infatti ho passato tutta la vita a cercare
di ridurre gli eccessi nelle cure, così come nella chirurgia e nella
radioterapia, anche nella chemioterapia. So anche bene che questa cultura del
"minimo efficace" (vale a dire la ricerca sistematica della dose minima di
farmaci, così come di raggi e di mutilazioni, necessaria a garantire il
risultato terapeutico), basata sull'attenzione al paziente, sull'ascolto e sul
calibrare la cura in base alle sue esigenze, non è ancora sufficientemente
diffusa. Bisogna continuare a parlarne per creare una coscienza nei medici e una
consapevolezza nei pazienti (come lei dimostra di avere), perché qui sta il
cuore del problema. E bisogna continuare, e questo lo stiamo veramente facendo,
nella ricerca di farmaci meno tossici e più efficaci. Proprio all'inizio del
nuovo anno sentirà delle novità sul fronte dei farmaci che colpiscono le
staminali del cancro, una via importantissima per aumentare l'efficacia della
farmacoterapia.



E allora sono qui, a coninuare a parlarne e a cercare di infondere una cultura nelle persone più fortunate di me che non vivono con questa malattia (e che spero mai incontrino nel loro cammino), affinchè capiscano cosa vuol dire vivere con un tumore, quanto importanti siano la prevenzione, i controlli, la ricerca, le donazioni e il volontariato, e che si rendano conto che non è mio padre l'eccezione, bensì le eccezioni, ahimè, sono le famiglie non colpite dal cancro.
C'è poi sempre nel Corriere un articolo di Simona Ravizza in cui lo stesso Veronesi parla di malattie e di come sconfiggerle, come, eventualmente, prevenirle:

Il principio è lo stesso dell'Arte della Guerra del generale cinese Sun Tzu: «Per combattere un nemico bisogna innanzitutto conoscerlo bene». L'oncologo Umberto Veronesi è convinto che per mantenersi in salute è necessario soprattutto conoscere quali sono i fattori di rischio delle malattie. «Vivere comporta correre dei rischi che noi non siamo in grado di eliminare, ma che possiamo quantificare per proteggerci».
Quali, allora, i comportamenti da adottare per cercare di non ammalarsi? «Per la medicina moderna è proprio la prevenzione, legata a doppio filo alla conoscenza, lo strumento più efficace a disposizione di ognuno di noi per ridurre l'incidenza delle malattie e la mortalità». Ciascuno, insomma, deve capire che è artefice almeno in parte del proprio destino. «Guidare un'auto comporta un rischio di incidente stradale, ma se indossiamo le cinture di sicurezza le probabilità individuali di subire un trauma diminuiscono. Così vale anche nella lotta alle malattie. La prevenzione sposta il carico della protezione della salute dalla società (attraverso i medici e gli ospedali) all'individuo. Rimane saldamente nelle mani della società la responsabilità di creare
conoscenza. La partecipazione dei cittadini alla difesa del proprio benessere non può e non deve essere un alibi per la latitanza della comunità. A noi (medici) spetta il compito di informare e sensibilizzare i pazienti perché possano liberamente e consapevolmente scegliere comportamenti che riducano le probabilità di ammalarsi ».
L'informazione, però, da sola non basta. «È necessario, poi, proporre
programmi di prevenzione a cui i cittadini informati possano decidere di aderire. Vanno in questa direzione, in campo oncologico, il programma di vaccinazione contro il tumore del collo dell'utero nelle adolescenti, le Tac spirali per i forti fumatori per la scoperta tempestiva del tumore ai polmoni, la strategia mortalità zero per il cancro del seno con un'informazione capillare alle donne sugli esami salvavita per ogni fascia d'età. Grazie alle nuove conoscenze informatiche gli esami basati sulla diagnostica per immagini hanno raggiunto livelli di precisione molto avanzata. Ciò è importante per risalire sempre più indietro nel processo di formazione delle malattie. Oggi si sta diffondendo la farmacoprevenzione. I ricercatori stanno studiando principi attivi in grado di impedire sul nascere lo sviluppo di malattie. Per lo più sono derivati di vitamine e altre sostanze naturali. Vengono già impiegate nella prevenzione delle malattie cardiovascolari. Ora progressivamente sono somministrate anche in oncologia. Sono già utilizzate molecole che proteggono dal manifestarsi del cancro del seno e sono in cantiere nuove sostanze per il tumore della prostata (come il Bicatulamide) e per quello del colon».




Quando ho letto quest'ultima frase il mio cuore ha fatto un balzo e troppa umidità ha colpito i miei occhi... PECCATO! Peccato che noi siamo partiti in quest'avventura con troppo anticipo... o che la ricerca è stata per noi troppo in ritardo... Con un groppo alla gola dico "vabbè, servirà per le generazioni future..." quello che è stato fatto, gli esperimenti su chi ci ha preceduto e su noi stessi, non sono stati e non sono inutili... servono e serviranno a chi verrà dopo di noi... a salvare le vite magari dei nostri stessi discendenti... Solo così riesco a farmi forza e ad andare avanti.

giovedì 25 dicembre 2008

Pillole di storia: Paul Ehrlich


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Paul Ehrlich, grande studioso di medicina, chimica e istologia divenne un pioniere della chemioterapia, e una figura di notevole rilievo per quanto concerne gli studi di patologia, ematologia e immunologia. Insieme con Pasteur e Koch, ha contribuito a sviluppare la scienza della batteriologia. Come spiega Logan Clendening nel suo libro di Fonte storia medica, "Centinaia di altri uomini hano contribuito alla nuova scienza della batteriologia, ma questi tre ne ha fatto una struttura completamente integrata". Per primo coniò il termine "Chemioterapia" per definire l'uso di famaci di sintesi per la cura di una malattia.

Anche con la sua prima scoperta, Ehrlich diede significativi contributi a tale settore. Quando le sue diapositive caddero accidentalmente in una stufa calda, durante il processo di colorazione dei baciili, trovò che l'applicazione di calore migliora e velocizza notevolmente questa procedura di colorazione. Il suo studio specialistico di ematologia lo portò al riconoscimento che la conta leucocitaria (dei globuli bianchi) può essere utilizzata nella diagnosi. Egli stabilitì i metodi per l'identificazione di leucemia e anemia, ed è accreditato come lo scopritore dell'anemia aplastica.

Nel 1896 diresse un suo laboratorio, “Regio Istituto Prussiano” per il controllo dei sieri. In realtà si trattava di due modesti locali, un ex forno e una ex stalla, poi passò a Francoforte in un laboratorio più grande e ben finanziato da ricchi mecenati ebrei.
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Nel 1901 conobbe le ricerche di Alphonse Laveran sulla malaria e sui tripanosomi.
Un tripanosoma in particolare lo colpì, quello che nei cavalli produceva il “male di caderas”. Questo tripanosoma, iniettato nei topolini, provocava la morte nel cento per cento dei casi. Ehrlich provò a colpire i tripanosomi con i suoi coloranti. Aveva sperimentato che i coloranti erano specifici per alcuni tessuti ed era convinto di poter trovare un farmaco che colpisse solo l’agente patogeno risparmiando i tessuti sani. La lotta ai germi cominciò. Ehrlich pensava, studiava, provava e riprovava. Centinaia di topolini furono sacrificati. Insieme con il suo assistente, Sahachiro Hata, Ehrlich effettuò esperimenti su 605 composti chimici, prima di trovare la 606-esima “pallottola magica di Ehrlich”. Salvarsan, come è stato chiamato più tardi, ha dimostrato la sua efficacia nella lotta contro la sifilide, e questa scoperta ha spinto l'ulteriore sviluppo della chemioterapia.
Finalmente con il “Rosso Tripan”, una molecola complessa derivata dall’acido solforico, avvenne il miracolo. “I tripanosomi si liquefecero nel sangue del topolino come neve al sole”. Ma dopo 60 giorni, i tripanosomi ricomparvero nel sangue del topolino guarito. I coloranti erano allora una delusione?Ehrlich, continuando nei suoi esperimenti, trovò una nuova molecola, l’atoxil, una molecola organica contenente arsenico che era stata impiegata con qualche successo nella malattia del sonno.Questa molecola che aveva curato qualche topolino dalla malattia del sonno, aveva peraltro reso tanti negri, trattati con essa, completamente ciechi. Alcuni erano morti. Ma Ehrlich pensò: “La potremmo modificare, partiamo da lì!”. Il capo dell’équipe di chimici che lavoravano alle sintesi molecolari era il grande Bertheim. Dopo centinaia di tentativi, arrivarono al 606iesimo derivato, il “diossi diammino arseno benzolo cloridrato”. Questa catena organica sterminava i tripanosomi.
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Nel 1906, Paul seppe della grande scoperta dello zoologo tedesco Fritz Schaudinn che aveva individuato l’agente della sifilide, la cosiddetta “spirocheta pallida o treponema pallidum” perché non veniva colorato dai comuni coloranti di laboratorio. Si provò prima il 606 su una spirocheta dei polli. I polli guarirono. Poi si affrontò la sifilide umana.“E’ l’arsenico l’arma degli avvelenatori che, opportunamente modificato, uccide i tripanosomi e le spirochete. Ora bisogna provare sugli uomini… Il passo dal laboratorio ai letti delle corsie è pericoloso, ma va fatto”.
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Nel 1908, Ehrlich ha ricevuto un premio Nobel con Elie Metschnikoff per il suo importante contributo all'immunologia, lo sviluppo della teoria della "catena laterale". Qui, egli suppose che specifici anticorpi chimici potevano essere prodotti come attacco ad una specifica malattia, lasciando l'organismo ospitante sano e salvo. L'idea è venuta a Ehrlich come un risultato di esperimenti che aveva eseguito utilizzando coloranti quando era uno studente. Notò che i batteri si coloravano mentre il tessuto rimaneva inalterato, e ipotizzò la possibilità che alcune droge si potessero comportare allo stesso modo e che potessero associarsi a combattere i batteri pur rimanendo inattaccate dall'organismo ospitante. Per primo ipotizzò la presenza nel siero degli anticorpi, proteine che legandosi agli antigeni difendono l'organismo dalle infezioni. Immaginò poi l'esistenza di farmaci specifici per la cura di una determinata malattia, designati in modo da interferire con un preciso bersaglio all'interno dell'organismo umano. In tal modo anticipò il concetto di farmaco intelligente.
Dopo aver ricevuto il Premio Nobel per questa teoria in campo immunologico, il passo successivo per Ehrlich fu quello di avviare la ricerca di sostanze che si comportano in questo modo, e iniziò a modificare chimicamente germicidi e disinfettanti in modo che non possano apporre all'organismo ospitante. Egli sperava di trovare una "pallottola magica" di anticorpi.
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Nel 1910, Paul Ehrlich portò al congresso di medicina di Konisberg numerosi casi. Ne citiamo due: un malato, portatore di ulcere sifilitiche terribili alla gola, che da mesi veniva nutrito con liquidi tramite cannula, ricevette alle 14 l’iniezione di Salvarsan. Alle 20 della stessa sera mangiava un panino. Una povera donna contagiata dal marito, tormentata da lancinanti dolori ossei per lesioni sifilitiche, dipendente oramai dalla morfina quotidiana per sopravvivere, ricevette la solita iniezione di Salvarsan. Nel pomeriggio del giorno dopo, dopo poche ore quindi dalla terapia, passeggiava per la camera, guarita.Erano miracoli! Il Salvarsan fu chiesto in tutto il mondo e si usò ampiamente e ripetutamente. Ma alcuni pazienti non sopportavano il farmaco. Era troppo tossico (provocava persistente singhiozzo, vomito, paralisi agli arti e subentrava anche la morte).

La Biblioteca di Reynolds ha una copia della pubblicazione del 1910 di Ehrlich e Hata, che rivela le loro conclusioni, Die experimentelle chemotherapie der spirillosen (sifilide, rückfallfieber, hühnerspirillose, frambösie). Incluso in questo libro sono il saggio di Ehrlich sulla chemioterapia della sifilide e le relazioni di Hata sui loro esperimenti con Salvarsan.


Nel 1912 nacque il Neosalvarsan, molto meno tossico e molto più efficace del precedente. Questo chemioterapico combattè la sifilide fino all’avvento della penicillina negli anni '40.
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http://www.airc.it/ricerca-oncologica/

http://guide.supereva.it/storia_della_medicina/

http://www.uab.edu/reynolds/MajMedFigs/Ehrlich.htm

sabato 6 dicembre 2008

Oncologia medica


Ah, beata ignoranza! E io che pensavo che i tumori si combattessero con chirurgia e, dal punto di vista medico, con chemioterapia o radioterapia e basta! Ebbene no! Oltre a Padre Zago, la cui ricetta miracolosa dull'aloe la potrete trovare sul bolg di Ianilo, tra i miei link preferiti, ho scoperto che esiste un'associazione italiana di oncologia medica (AIOM) che si occupa appunto degli aspetti medici del trattamento delle neoplasie maligne, ossia
  1. della chemioterapia
  2. dell'ormonoterapia e
  3. della terapia con modificatori della risposta biologica.
Cerchiamo di fare chiarezza su questi tre diversi aspetti.


Cos'è e come fuziona la chemioterapia penso che sia chiaro a tutti quelli del mestiere =o(. Consiste nell'utilizzo di farmaci a base di composti chimici sintetici che hanno la funzione di colpire determinati bersagli, le cellule cancerose. Sappiamo anche che non riesce a selezionare solo quelle, e assieme alla morte, si spera, delle cellule malate, purtroppo distrugge anche quelle sane, da qui i vari disturbi che provoca la chemioterapia.


L'ormonoterapia, lo dice la parola stessa, è una terapia ormonale e consiste nella somministrazione di farmaci in grado di interferire con l'attività degli estrogeni (soprattutto per il tumore alla mammella) e del testosterone (tumore della prostata).
Per il primo caso, i meccanismi di azione fondamentali dell’ormonoterapia sono sostanzialmente due: impedire alla cellula tumorale di utilizzare gli estrogeni prodotti (somministrazione di antiestrogeni); inibire la produzione degli estrogeni (inibitori dell’aromatasi).
Per il secondo caso la terapia abbassa il livello di testosterone in circolo e, perciò, rallenta, se non addirittura blocca, la crescita delle cellule tumorali, riducendo le dimensioni del tumore e controllandone i sintomi.
A differenza della chemioterapia, l’ormonoterapia ha in genere effetti collaterali limitati, tanto che anche gli anziani o le persone in precarie condizioni generali riescono a tollerare i dosaggi necessari. In alcuni casi l’ormonoterapia è in grado addirittura di ridurre alcuni sintomi correlati a neoplasie diffusamente metastatizzate: per esempio, l’anoressia, il dolore e la nausea. Per questo la rendono un trattamento che garantisce una buona qualità di vita al paziente.


Infine ci sono i BRM, biological response modifiers, che sono dei composti che alterano o inducono l'aumento dei processi che naturalmente si svolgono nell'organismo. L'immunoterapia sfrutta l'uso degli BRMs per incrementare l'attività del sistema immunitario e quindi aumentare i meccanismi di difesa naturali del corpo, contro il tumore.Il sistema immunitario è costituito da cellule del sangue, dette globuli bianchi. Ci sono diversi tipi di globuli bianchi, e ciascun tipo ha un particolare ruolo da svolgere. La risposta immunitaria che si sviluppa quando le cellule si infettano o comunque vengono danneggiate, è il risultato di interazioni fra diversi tipi di cellule immunitarie. Quando una cellula del sistema immunitario riconosce un "oggetto" o una cellula come "straniera" o infetta, si sviluppa una cascata di eventi che alla fine portano alla distruzione o rimozione del "bersaglio". Questa cascata di reazioni è resa possibile dalla presenza di molecole messaggere prodotte dalle cellule immunitarie, tali molecole messaggere sono dette citochine. Le citochine sono proteine (prodotte soprattutto dalle cellule del sistema immunitario) che permettono la comunicazione fra le cellule e all'interno della stessa cellula. Diversi tipi di citochine suscitano responsi diversi. Le citochine possono essere attive sia su altre cellule, che sulle stesse cellule che le rilasciano. Possono attivare, modulare e inibire la risposta immunitaria. Il ruolo delle citochine nella difesa dell'organismo le rende un bersaglio interessante per il trattamento di alcuni tipi di tumori. Le citochine sono normalmente nell'organismo in piccole quantità. Quando vengono usate nel trattamento dei tumori le concentrazioni necessarie aumentano notevolmente. Le citochine normalmente usate nel trattamento del cancro sono l'interleuchina-2 e l'interferone alfa. Questi composti hanno molti effetti collaterali, quando vengono usati in alte dosi, come necessario nel trattamento del tumore, tanto che in alcuni casi il trattamento richiede il ricovero in ospedale.


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